giovedì 5 giugno 2014

Inchiesta Mose, 35 arresti

Inchiesta Mose, 35 arresti: Giorgio Orsoni ai domiciliari. Chiesto il carcere per Galan.
Giancarlo Galan
Giancarlo Galan, ex Ministro delle politiche agricole
L'indagine sugli appalti del sistema di dighe anti-acqua alta. Gli atti per l'ex ministro governatore veneto passeranno al Senato. In tutto gli indagati sono un centinaio. Coinvolti anche l'ex generale delle Fiamme Gialle Spaziante e l'ex consigliere di Tremonti Marco Milanese. Il gip: "Ufficio pubblico totalmente asservito a gruppo economico-criminale". Richiesta d'arresto per l'europarlamentare uscente di Fi Lia Sartori. Corruzione, finanziamento illecito e frode fiscale i reati contestati. La Finanza ha sequestrato beni per un valore di circa 40 milioni di euro. Galan: "Estraneo alle accuse, del tutto inverosimili"

l'ex segretaria di Galan "Claudia Minutillo" finita nell'inchiesta

Emilio Spaziante
Giampietro Marchese
sindaco di Venezia Giorgio Orsoni

venerdì 30 maggio 2014

Scontro su vitalizio a condannati per mafia, i grillini “Chiediamo dimissioni di Ardizzone, ecco chi ha votato contro”. Il Pd Proposta inapplicabile


Il capogruppo dei 5 Stelle Francesco Cappello accusa il presidente dell’Ars di non essere imparziale per aver attaccato il deputato Cancelleri sul stop al vitalizio di Cuffaro.


LA MIA ESTERNAZIONE:

L'ex governatore Totò Cuffaro in carcere per mafia continuerà a percepire i 6mila euro al mese, e non passa l'emendamento del M5S. Applauso!! Povera Italia!!!! :-(

29 maggio 2014
E’ scontro tra i grillini e il presidente dell’Ars Giovanni Ardizzone. Il Movimento 5 Stelle chiede le dimissioni di Ardizzone per “le accuse fatte dal presidente in aula contro il deputato Giancarlo Cancelleri”, che ha proposto un emendamento che bloccava il vitalizio non solo per gli ex deputati condannati per reati contro la pubblica amministrazione, ma anche per reati di mafia. Emendamento poi bocciato dall’aula: “Ma le parole del presidente di Sala d’Ercole sono state molto gravi – dice il capogruppo grillino Francesco Cappello – ci ha accusato di avere dei collaboratori a spese del gruppo.
Giovanni Ardizzone, presidente dell'Ars
Ma ad avere un super staff è lui ed è sempre Ardizzone che non vuole la trasparenza di questo palazzo non pubblicando gli stipendi d’oro dei dipendenti dell’Assemblea”. Per il deputato Giorgio Ciaccio “in questo Parlamento non c’è alcuna trasparenza”: “Il segretario generale Sebastiano Di Bella non ci vuole dare i dati né sugli stipendi dei dipendenti né sui vitalizi – dice Ciaccio – è davvero incredibile che un consigliere comunale deve pubblicare il suo stipendio e un dipendente dell’Ars no”. L’ex capogruppo Cancelleri “la votazione che ha bocciato il nostro emendamento è stata vergognosa”: “Faremo i nomi di tutti i deputati che hanno votato contro una norma giusta, che prevede la sospensione del vitalizio per i condannati per mafia”.

I grillini hanno pubblicato su internet l'elenco dei votati all'emendamento che avrebbe sospeso il vitalizio per gli ex deputati condannati per mafia: insieme ai 5 stelle hanno votato a favore della sospensione i deputati di Forza Italia Edy bandiera e Salvo Pogliese, il democratico Fabrizio Ferrandelli, Vincenzo Vinciullo di Ncd e il vicepresidente dell'Ars Antonino Venturino.


I grillini hanno poi pubblicato i deputati che risultavano assenti alle votazione sull'emendamento che riguardava i vitalizi, ma che hanno partecipato al resto delle votazioni sulla manovrina: tra questi, Alice Anselo di Articolo 4, Antonello Cracolici, Mariella Maggio e Concetta Raia del Pd e il governatore Rosario Crocetta. E, ancora, il capogruppo del Pd Baldo Gucciardi, quello dell'Udc Calofgero Firetto.

Cancelleri interviene poi sulla relazione della Corte dei conti che ha stabilito spese pazze per Pdl, Mpa, Pid e Grande Sud per un totale di 1,5 milioni di euro, mentre per i grillini è tutto regolare: “Si è montato un caso sulle nostre spese e adesso finalmente abbiamo dimostrato che le nostre spese sono regolari – dice Cancelleri – ci hanno detto che eravamo indagati, non lo eravamo ma soprattutto tutte le nostre spese sono state considerate regolari dalla magistratura contabile”.

Ardizzone replica così su Facebook: "Alla prima occasione regalerò ai deputati grillini una copia del libro 'il grillo parlante', edito nel 1983 da un autore contemporaneo come Roberto Gervaso, sottolineandogli l'aforisma: "la morale ci dice quello che dobbiamo fare. Il moralismo quello che gli altri facessero".

E in soccorso di Ardizzone arrivano i deputati del Pd: "Il nostro è un no secco contro le norme che colpiscono una sola persona: togliere il vitalizio a Cuffaro non è competenza della Regione - dicono i deputati regionali Bruno Marziano, presidente della Terza commissione "Attività produttive" e Marika Cirone Di Marco, componente della Quarta commissione "Ambiente e Territorio" - rivendichiamo la giustezza e la civiltà giuridica del nostro voto. Sia il Governo che l'intero parlamento regionale, tranne il Movimento 5 Stelle e qualche altro deputato, hanno votato contro l'emendamento. La Regione non ha alcun potere di intervento in materia - aggiungono i due deputati del Partito Democratico - e il vitalizio è il frutto anche di versamenti personali. Oltretutto, proprio per queste ragioni, la legge nazionale non lo prevede per il deputato nazionale che commette quel reato, e noi abbiamo mantenuto l'adeguamento alla legge nazionale".


giovedì 29 maggio 2014

Casalesi, prime ammissioni di Iovine: “Soldi per sindaci di ogni colore”

Casalesi, prime ammissioni di Iovine: “Soldi per sindaci di ogni colore”
Depositati i primi verbali in cui emergono le rivelazioni fatte dal capo clan che ha iniziato a collaborare con la giustizia lo scorso 13 maggio. "Sto spiegando un sistema di cui la camorra non è l’unica responsabile", ha dichiarato:
Antonio Iovine (Scheda segnaletica della Questura di Napoli)
“So benissimo di quali delitti mi sono macchiato. Sto spiegando un sistema di cui la camorra non è l’unica responsabile. C’erano soldi per tutti in un sistema particolarmente corrotto. C’erano dei sindaci che avevano interesse a favorire imprenditori collusi con il clan per avere dei vantaggi durante le campagne elettorali in termini di voti e finanziamenti. Non aveva importanza il colore del sindaco perché il sistema era operante allo stesso modo”. Così inizia la collaborazione di giustizia di Antonio Iovine, detto ‘O Ninno, indiscusso capo clan dei casalesi, catturato nel novembre del 2010 dopo 14 anni di latitanza. I quattro verbali sono stati depositati al processo in corso davanti al Tribunale di Santa Maria Capua Vetere a carico del consigliere regionale Enrico Fabozzi e di alcuni imprenditori del casertano. Come ha riferito il pm della Dda di Napoli Antonello Ardituro, Iovine ha iniziato a collaborare il 13 maggio; l’interrogatorio è previsto per il 7 giugno.
Antonio Iovine (camorrista)
Poi Iovine ha continuato: ”Generalmente io ero del tutto indifferente rispetto a chi si candidava a sindaco, nel senso che chiunque avesse vinto sarebbe entrato automaticamente a far parte di questo sistema gestito da noi”. “Devo però anche dire”, ha aggiunto, “che altre persone del clan potevano avere passione per la politica e comunque un interesse per un candidato piuttosto che per un altro”. Iovine ha poi parlato di una ”mentalità casalese inculcata fin da giovani”: è quella che si può definire “la regola del 5 per cento, della raccomandazione, dei favoritismi, la cultura delle mazzette e delle bustarelle che, prima ancora che i camorristi, ha diffuso nel nostro territorio lo Stato, che non ha offerto delle possibilità alternative e legali alla popolazione”. Quindi Iovine, pur ammettendo le proprie responsabilità in “gravissimi delitti” ha affermato: “Le nostre condotte sono anche conseguenza di questo abbandono che abbiamo percepito da parte dello Stato”.
Antonio Iovine (camorrista)
E ancora sulle responsabilità dello stato: “Anche la parte politica che dovrebbe rappresentare la parte buona dello Stato è stata quantomeno connivente con questo sistema se non complice. Sicuramente era del tutto consapevole di come andavano le cose”. Come si legge in un altro passaggio del verbale “era noto a tutti che, per esempio, la ditta per le refezioni scolastiche era un’impresa di Antonio Iovine, eppure nessuno si è mai opposto a questo sistema. Per esempio a San Cipriano una personalità come Lorenzo Diana, che pure ha svolto un’azione politica dura di contrasto alla criminalità organizzata anche facendo parte della Commissione Antimafia, ha permesso che noi continuassimo ad avere questi appalti anche quando erano sindaci Lorenzo Cristiano e Angelo Reccia, della sua stessa parte politica”. “Il sistema è andato avanti fino al 2008?, ha poi detto Iovine, “e allo stesso modo nulla ha avuto da ridire il sindaco Enrico Martinelli che era invece del centrodestra”.
Foto segnaletica del camorrista Antonio Iovine
L’ex parlamentare Diana ha replicato a queste affermazioni: “Iovine scopre l’acqua calda sul fatto che gli appalti nei territori a dominio camorristico dei Casalesi fossero condizionati dalla criminalità organizzata visto che non c’era la libertà di partecipare agli appalti senza il loro assenso. Questa realtà è stata denunciata da me con prove evidenti nella Commissione Antimafia, alla Prefettura e in pubbliche dichiarazioni chiedendo allo Stato di estirpare il controllo del territorio da parte del clan. Su questi aspetti ho chiesto e ottenuto tante riunioni del Comitato provinciale per l’ordine e sicurezza pubblica”.
Foto archivio della Questura di Napoli (Antonio Iovine: camorrista)
Nel verbale si legge anche di alcuni milioni di euro destinati al rimboschimento nell’Alto Casertano, erogati dal ministero dell’Agricoltura e che finirono nelle casse del clan dei Casalesi. “Si trattava”, ricorda “di lavori appaltati attraverso finanziamenti del ministero dell’Agricoltura e Vincenzo Della Volpe ottenne di essere colui che avrebbe gestito i relativi appalti per conto dei clan”. Della Volpe “utilizzò anche imprese del Napoletano, vivai che avevano le categorie giuste per accedere a questi finanziamenti. Se non sbaglio questi finanziamenti si riferiscono al periodo in cui il ministro dell’Agricoltura era Alemanno e ricordo il particolare che il ministro venne a San Cipriano per una manifestazione elettorale al cinema Faro su invito di mio nipote Giacomo Caterino, anche lui impegnato in politica, tanto che è stato candidato alle elezioni comunali e provinciali ed è stato anche sindaco di San Cipriano”.

Iovine ha poi confermato l’uccisione di Antonio Bardellino, padrino del clan dei casalesi, il cui cadavere non è mai stato ritrovato: “So per certo che è morto ma non so dire per quale ragione non si sia mai ritrovato il corpo”.

*N.B.: Soprannominato o'ninno Iovine, insieme a Michele Zagaria e Francesco Schiavone, è uno dei principali boss camorristici del Clan dei Casalesi.



martedì 27 maggio 2014

Camorra, sgominato clan dei “tatuati”. “Compravamo droga da Genny ‘a carogna”

Sono 14 le ordinanze di custodia cautelare chieste e ottenute dalla Dda di Napoli. Il segno distintivo degli appartenenti era il tatuaggio che raffigurava "Bodo" un personaggio dei cartoni animati e soprannome del boss emergente Marco de Micco
Bodo, il tatuaggio utilizzato dal clan camorristico


Mie riflessioni:
*"Dopo aver visto la sconfitta dello Stato italiano con protagonista assoluto un ultras del Napoli Calcio Genny ‘a carogna, mi pare troppo poco giustificare quanto avvenuto. Forse (per i miei 30 anni trascorsi come dipendente del Ministero Dell'Interno (Polizia di Stato), posso dire che i politici, i responsabili della Federazione Calcio, non hanno voluto prendere provvedimenti per evitare che la partita di pallone non venisse svolta; denaro e poteri che a noi non è consentito comprendere (celato da tutti i media). Per questo finalmente si è riusciti a mettere "una pezza" in quella figuraccia nazionale e internazionale che ci fu per il calcio italiano. Lo Stato non è presente in territori dove le organizzazioni criminali "sciaquano i panni sporchi", utilizzando persone fisiche, carne umana, spesso ragazzi che non vedono nessuna prospettiva per il loro futuro, aggiungendo che le politiche locali sul territorio nulla fanno per arginare o debellare. Mi piange il cuore sapendo che vite umane abbiano lasciato il loro respiro per morire in nome di questo o quel clan o mafia, ma nulla cambia.
Antonio Minichini, Gennaro Castaldi, Alessandro Malapena sono morti e in parte lo Stato italiano ne è responsabile. Non esisteva nessuna associazione, organizzazione nel territorio per dare aiuto a queste persone? Non ci voglio credere e non ci credo. La camorre, le mafie, le organizzazioni criminali organizzate, si possono debellare solo e soltanto se viene estirpato il marcio che esiste nella politica italiana, in quel pseudo personaggio che ricopre una carica pubblica e/o politica che scende e si vende a compromessi con la camorra, le mafie! Nella mia conclusione posso solo dire che l'omertà aiuta i già ricchi di denaro e indebolisce la democrazia. Spero solo che non ci siano ancora 18enni che dovranno pagare con la vita, una vita già bruiciata da una politica che non esiste oppure si comporta come le tre (3) scimmie: "non vedo, non sento, non parlo"*.


Ciro C. se lo è fatto tatuare sull’avambraccio. Antonio N. sull’anca. Roberto B. in prossimità delle parti basse. “Bodo”, un personaggio dei cartoni animati, è il soprannome di Marco De Micco, boss emergente di Ponticelli, quartiere di Napoli, già feudo della famiglia Sarno. Il clan De Micco ha costruito la sua ascesa grazie al sostegno del clan Cuccaro del quartiere limitrofo di Barra, fino a diventarne la ‘loga manus’ sul territorio di Ponticelli. Quel tatuaggio, accompagnato in qualche caso dalla scritta “rispetto, fedeltà e onore”, è considerato dagli inquirenti il marchio di affiliazione alla cosca dei fratelli De Micco.

Gennaro De Tommaso

martedì 13 maggio 2014

Marcello Dell'Utri e Amedeo Matacena la fuga a Beirut per evitare il carcere condanna per mafia

Riflessioni ANTIMAFIA:
Insomma, sembra proprio che la magistratura italiana sia talmente modificata nel suo iter, dai vari Governi che in questi anni si sono succeduti, da non poter fare nulla in sutuazioni simili.
Inermi, attendono che "la politica e i politici italiani si pronuncino e decidano".
Oramai il declino della nostra magistratura, a forza di "Decreti Legge", personalizzati per favorire i malavitosi presenti nel nostro Parlamento, vengano tutelati in ogni modo!
Tutto questo è inaccettabile se fossimo in Democrazia, ma forse questo (anche la Democrazia in Italia),  è stato talmente alterato, modificato, con modifiche al CP (copide penale) e CPP (codice di procedura penale), da far rabbrividire gli stessi Paesi che adottano per i loro cittadini la dittatura!
Questa mia esternazione non è solo frutto di un mio pensiero, essendo io un ex dipendente del Ministero Dell'Interno.
Non comprendo come mai l'italiano non si sia ancora ribellato, in modo pacifico, ma con forza: scendendo per strada, nelle piazze a manifestare il proprio dissenso e chiedendo le dimissioni di tutte le persone che ricoprono una carica pubblica e politica, per dare le dimissioni, restituire i soldi, non avere per loro la pensione e i privilegi che gli vengono concessi anche se indagati, o ancora peggio se condannati in via definitiva!
Credo che l'italiano sia un poco tardo nel risvegliare queste cose, ma quando comprende forse è troppo tardi. Attende forse di avere calate totalmente le braghe, le mutande per sentire realmente il suolo a culo nudo?
Non saprei cosa aggiungere. Per ultima cosa e come sempre
A VOI LE RIFLESSIONI!

I 3 magnifici impuniti

È Beirut la terra promessa per chi, come gli ex parlamentari di Forza Italia Marcello Dell'Utri e Amedeo Matacena, è stato condannato per concorso esterno in associazione mafiosa. Il primo, amico da una vita di Silvio Berlusconi, si trova nella capitale libanese da quasi un mese e il ministero della Giustizia ha già spedito le carte per chiederne l'estradizione. Infatti sull'ex senatore siciliano pende un mandato d'arresto. Inoltre a breve la Cassazione dovrà esprimersi sulla condanna a 7 anni inflitta a Dell'Utri dalla corte d'Appello.

Anche Matacena, che è stato condannato in via definitiva per lo stesso reato a 5 anni di carcere, ha cercato di raggiungere Beirut, ma senza successo. Infatti l'ex parlamentare, dopo essere fuggito dall'Italia ha girato alcuni Paesi fino ad arrivare negli Emirati Arabi Uniti dove era stato arrestato dalla polizia locale al suo arrivo all'aeroporto di Dubai su segnalazione delle autorità italiane.

Pochi giorni dopo, però, Matacena è tornato in libertà in quanto non è stata completata la procedura di estradizione in Italia. La giurisdizione degli Emirati arabi, dove non esiste il reato di criminalità organizzata e con i quali l'Italia non ha accordi bilaterali, prevede che i cittadini stranieri in attesa di estradizione non possano essere privati della libertà oltre un certo limite di tempo. Matacena non poteva però lasciare il Paese arabo in quanto privato del passaporto. Per la giustizia italiana è rimasto un latitante. È in questa fase, secondo l'accusa, che sarebbe intervenuto Claudio Scajola - arrestato per procurata inosservanza di pena- che avrebbe cercato di aiutare Matacena a trasferirsi in Libano.

Nella sua ordinanza, il gip scrive che le investigazioni "vedono Scajola in pole position nell'impegno volto all'individuazione di uno Stato estero che evitasse per quanto possibile l'estradizione di Matacena o la rendesse quantomeno molto difficile e laboriosa. Tale Stato Scajola lo individuava nel Libano, impegnandosi con personaggi esteri di rango istituzionale per ottenere tale appoggio per tramite di importanti amicizie ". Come ad esempio Vincenzo Speziali, nipote e omonimo dell'ex senatore del Pdl.

Ma perché proprio Beirut? E qui torna in ballo il reato per cui sono stati condannati i due ex compagni di partito. Difatti in Libano il concorso esterno in associazione mafiosa non sanno nemmeno cosa sia. Eccolo, dunque, l'inghippo. La contemplazione da parte dell'ordinamento giuridico libanese del tipo di reato in questione risulta determinante. E su questo punto i tempi per il caso Dell'Utri potrebbero allungarsi. Per Matacena forse potevano.


LEGGETE LE INTERCETTAZIONI TELEFONICHE TRA SCAJOLA E LA MOGLIE DI MATACENA

"Stiamo parlando della capitale, giusto? Che inizia con la L, no, che inizia con la B". A dirlo è la moglie di Amedeo Matacena, Chiara Rizzo, in una delle tante telefonate intercettate con l'ex ministro Claudio Scajola. Una telefonata che secondo gli investigatori testimonia come Scajola si sia impegnato per fare in modo che Matacena potesse proseguire la sua latitanza in Libano, ed in particolare nella capitale Beirut. La moglie di Matacena, infatti, si corregge con le iniziali dopo che Scajola le dice "Beh, il paese con...".

Ma non c'è solo questo passaggio, scrive il gip nella sua ordinanza di custodia cautelare, a fare "comprendere che la città individuata da Scajola sia Beirut". In un'altra telefonata, infatti, l'ex ministro, sempre parlando con la Rizzo, le dice: "ti ricordi di Beirut? Prova a concentrarti perchè passa così... questi miei amici, quando sono andato a Beirut, poi sono venuti su... amici miei, l'ex presidente, hai presente?".
Nella stessa telefonata Scajola poi prosegue: "ieri ho visto questo tizio e il discorso è venuto lì. Mi dice 'noi siamo amici di la, poi ho capito perchè, perchè Beirut è una grande Montecarlo e Dubai è una grande Montecarlo, tanto per essere chiari. Io vado a Roma prima perchè domenica questo qui viene su, suo zio. Viene su lo zio e mi dice 'stiamo a cena insieme' e devo trovare... va beh, basta, hai capito più o meno... devo dirti delle cose e devo sapere delle cose, se tu lo desideri, in modo che io possa trasmettere giusto, punto."

Fonte: www.huffingtonpost.it

FOTO - L'albergo della cattura di Dell'Utri:





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sabato 10 maggio 2014

EXPO 2015: Scajola, Berlusconi, e affari di mafia

EXPO 2015: Scajola, Berlusconi, e affari di mafia

8 maggio 2014
Scajola arrestato, i pm: “Ex ministro in prima fila per aiutare la fuga di Matacena”

Il gip: "L'ex braccio destro di Silvio Berlusconi ha posto in essere condotte per rendere attuabile il piano". Cioè lo spostamento da Dubai al Libano, dov'è più difficile l'estradizione. L'indagato Speziali: "Non mi ha mai chiesto nulla"

Scajola arrestato, i pm: “Ex ministro in prima fila per aiutare la fuga di Matacena”
Il gip: "L'ex braccio destro di Berlusconi ha posto in essere condotte per rendere attuabile il piano". Cioè lo spostamento da Dubai al Libano, dov'è più difficile l'estradizione. L'indagato Speziali: "Non mi ha mai chiesto nulla"
di Lucio Musolino.

Più informazioni su: Amedeo Matacena, Claudio Scajola, Concorso Esterno in Associazione Mafiosa, Forza Italia, Libano, Marcello Dell’Utri.

Così come Marcello Dell’Utri, anche l’ex parlamentare di Forza Italia Amedeo Matacena voleva scappare in Libano. E il “contatto” per la fuga dei due era lo stesso. In particolare, il politico calabrese (condannato definitivamente per concorso esterno in associazione mafiosa nel processo Olimpia) voleva andare a Beirut dove è più difficile l’estradizione. Una fuga per la quale, secondo la Procura di Reggio Calabria, Matacena sarebbe stato favorito dall’ex ministro Claudio Scajola destinatario dell’ordinanza di custodia cautelare emessa  dal gip Olga Tarzia su richiesta del procuratore Federico Cafero De Raho e del sostituto della Dda Giuseppe Lombardo. In particolare, Scajola si sarebbe occupato dei contatti che servivano al Matacena per “le provviste finanziarie necessarie per proseguire la latitanza”.


I magistrati reggini scrivono, infatti, che l’ex ministro arrestato avrebbe posto in essere “articolate condotte finalizzate a rendere attuabile il pianificato spostamento del Matacena dall’Emirato di Dubai alla Repubblica del Libano”. A Dubai, da libero l’ex parlamentare era sotto processo e in attesa di essere estradato. Serviva un piano di fuga che sarebbe stato “individuato dallo Scajola per la possibilità di sfruttare le proprie relazioni personali al fine di riconoscere il diritto di “asilo politico” a favore del condannato per concorso esterno in associazione mafiosa.
EXPO 2015: scandali e mafia

giovedì 8 maggio 2014

Nel Ddl contro criminalità e patrimoni illeciti via libera a reato di autoriciclaggio

Nel Ddl contro criminalità e patrimoni illeciti via libera a reato di autoriciclaggio
La bozza, che a meno di sorprese approderà in Consiglio dei ministri venerdì 9 maggio, inasprisce le pene per l'associazione mafiosa modificando l’attuale articolo 416-bis e prevede carcere fino a sei anni per chi "lava" denaro da lui stesso ottenuto. Per le aziende confiscate arriva l'opzione del "controllo giudiziario".

Pene più severe per l’associazione mafiosa, introduzione del reato di autoriciclaggio e una revisione delle norme sui beni confiscati alle mafie. Sono i principali contenuti della bozza del ddl per rafforzare il contrasto alla criminalità organizzata e ai patrimoni illeciti, che a meno di sorprese approderà in Consiglio dei ministri venerdì 9 maggio. Il pacchetto, messo a punto dai ministeri della Giustizia e degli Interni, sostituisce l’attuale articolo 648-bis del Codice penale, quello sul riciclaggio, e aumenta le pene previste dal 416-bis sull’associazione di tipo mafioso. Per quanto riguarda la ripulitura di denaro sporco il testo – riporta l’agenzia Public Policy – lascia invariato il primo comma del 648-bis (che prevede il carcere da 4 a 12 anni per chi “sostituisce o trasferisce denaro, beni o altre utilità provenienti da delitto non colposo, ovvero compie in relazione ad essi altre operazioni, in modo da ostacolare l’identificazione della provenienza delittuosa”) ma innalza la relativa multa a un valore compreso tra 10mila e 100mila euro, un salto notevole rispetto all’attuale forchetta compresa tra 1.032 e 15.493 euro. La vera novità, però, è quella contenuta nel nuovo comma 3, che prevede il carcere fino a 6 anni per il reato di autoriciclaggio, quello commesso da chi “lava”, riutilizzandolo “per finalità imprenditoriali o finanziarie”, denaro che in precedenza lui stesso ha ottenuto illecitamente. Una novità assoluta: oggi in Italia – nonostante le sollecitazioni arrivate da Fondo monetario internazionale, Commissione Ue e dalla stessa Bankitalia – quel crimine non è perseguito, perché la reimmissione nell’economia di soldi sporchi viene considerata solo un “effetto collaterale” del reato da cui sono stati ottenuti i proventi illeciti.

Pene più pesanti per i colletti bianchi che riciclano – Non solo: mentre attualmente il 648-bis stabilisce solo che la pena per il riciclaggio sia aumentata “quando il fatto è commesso nell’esercizio di un’attività professionale”, il nuovo testo stabilisce aggravi anche per chi si rende responsabile del reato “nell’esercizio di un’attività bancaria, finanziaria o di altra attività professionale, nonché nell’esercizio dell’ufficio di amministratore, sindaco, liquidatore, ovvero di ogni altro ruolo con potere di rappresentanza dell’imprenditore”. L’ultimo comma introduce poi una sorta di ravvedimento operoso, con una diminuzione della pena “fino alla metà per chi si sia efficacemente adoperato per evitare che le condotte di sostituzione o di trasferimento del denaro, dei beni o delle altre utilità siano portate a conseguenze ulteriori, per assicurare le prove del reato e l’individuazione dei beni, del denaro e delle utilità oggetto, profitto, prezzo o prodotto del delitto”.

Fino a 26 anni per i capi di associazione mafiosa armata – Per quanto riguarda l’associazione mafiosa, le pene previste dal 416-bis sono aumentate dagli attuali 7-12 anni a 10-15 anni per “chiunque fa parte di un’associazione di tipo mafioso formata da tre o più persone” e dagli attuali 9-14 anni a 12-18 per “coloro che promuovono, dirigono o organizzano l’associazione”. Nel caso di associazione armata, stando alla bozza la pena passa da 9-15 a 12-20 anni in caso di associazione mafiosa formata da tre o più persone e da 12-24 a 15-26 anni per promotori, capi e organizzatori. Il provvedimento tratta anche dei beni confiscati alle mafie, raccogliendo molte delle indicazioni uscite dai lavori della Commissione di studio istituita dal precedente governo, in cui siedono i magistrati Raffaele Cantone e Nicola Gratteri, oggi rispettivamente presidente dell’Autorità anticorruzione e consulente della commissione Antimafia. Da un lato viene rafforzato da 30 a 60 unità l’organico dell’Agenzia creata ad hoc – oggetto, negli ultimi mesi, di critiche sull’affidamento degli incarichi agli amministratori giudiziari e sull’effettivo utilizzo dei beni e dei fondi – dall’altro viene introdotta la misura più “leggera” del controllo giudiziario, attivabile quando non ci sia il rischio di infiltrazioni mafiose. L’obiettivo è far sì che realtà economiche ancora potenzialmente produttive non finiscano per fallire.

Arriva il sequestro per interposta persona – In più, riporta Public policy, in base alla bozza il sequestro o la confisca potranno avvenire anche per i beni posseduti “per interposta persona“. L’articolo 8 del testo riscrive infatti l’articolo 25 del Codice antimafia sul “Sequestro o confisca per equivalente” stabilendo che “se non è possibile procedere al sequestro dei beni” perché “il proposto non ne ha la disponibilità, diretta o indiretta, anche ove trasferiti legittimamente in qualunque epoca a terzi in buona fede, il sequestro e la confisca hanno ad oggetto altri beni di valore equivalente di legittima provenienza dei quali il proposto ha la disponibilità, anche per interposta persona”. L’elemento di novità riguarda non solo i beni posseduti per interposta persona (per cui si potrà procedere anche a valere sugli eredi, come stabilisce il comma 2 e 3 dell’articolo 18 del Codice antimafia) ma anche la formulazione della fattispecie, che attualmente prevede la confisca di beni equivalenti “se la persona nei cui confronti è proposta la misura di prevenzione disperde, distrae, occulta o svaluta i beni al fine di eludere l’esecuzione dei provvedimenti di sequestro o di confisca su di essi”. Con riguardo alla confisca, prevista dell’articolo 24 del Codice antimafia, si stabilisce che “in ogni caso il proposto non può giustificare la legittima provenienza dei beni adducendo che il denaro utilizzato per acquistarli sia provento o reimpiego dell’evasione fiscale”.

Cantone: “Corsia preferenziale in Parlamento” - Raffaele Cantone in un’intervista all’Ansa chiede che per il Ddl sia prevista “una corsia preferenziale” in Parlamento. E promuove l’introduzione del reato di autoriciclaggio, con pene fino a 6 anni: “E’ un paradosso – osserva – punire che ricicla per conto terzi e non chi lo fa sa sé. Anche gli organismi internazionali chiedevano ci completare la normativa. Ora il tema vero è modulare una norma che non punisca il mero utilizzo del denaro, ma chi realmente ricicla denaro sporco con operazioni di occultamento che ostacolano l’identificazione dell’origine dei soldi”. Il testo che entrerà in Cdm, infatti, dovrebbe punire l’autoriciclaggio (diversamente dal riciclaggio) solo se compiuto per finalità imprenditoriali o finanziarie. Un limite? “In un certo senso sì, ma è una limite che ha una sua razionalità – chiarisce Cantone – Faccio un esempio. Se un soggetto commette un furto e con i soldi compra un’auto, questo non è autoriciclaggio. Se invece con quei soldi apre una pizzeria, allora questo comportamento va punito allo stesso modo del riciclaggio”. Quanto alle novità sul fronte della gestione dei beni confiscati, il ddl secondo Cantone ha “l’obiettivo di non punire con la confisca aziende in cui i livelli di infiltrazione mafiosa non sono ancora definitivi” per “garantire un’opportunità a quelle che possono rientrare nel contesto produttivo legale”. Quanto all’Agenzia, per il magistrato “va confermata e rilanciata, prevedendo però modifiche della governance. Il ddl affronta in parte questi aspetti, ma c’è altro da fare e molto da approfondire. A mio giudizio l’Agenzia dovrebbe essere portata sotto la Presidenza del Consiglio e potrebbe essere affidata a figure professionali, manageriali, e non necessariamente a un prefetto o a soggetti provenienti dai ranghi dell’Amministrazione”.

Fonte ilfattoquotidiano.it